I 25 anni di "Casa della Poesia" di Baronissi. 21 marzo 2022.

Verso e a capo... conversazione con Sergio Iagulli.

di Vincenzo Schiavone.

(Mariupol'. Da "Il Manifesto" del 9 marzo 2022)

Questa immagine è delirante. Il dolore conduce al delirio e lo spazio e il tempo si confondono, le dimensioni percettive si dilatano, l’orientamento cade e con esso la coscienza. Io guardo e non provo dolore fisico, sono lontano e fortunato di non essere lì. Ma il delirio mi prende, il panico empatico emerge evidente. Ma questa immagine è delirante, perché sembra essere senza tempo, o meglio, possiede un tempo troppo grande per essere realmente immaginato. Potrebbe essere della Prima o della Seconda guerra, o della guerra franchista in Spagna. Oppure può appartenere ad un futuro impoverito, spogliato del progresso, sprofondato nel regresso. La distopia più tragica è quella realizzata. Ci siamo dentro e forse ancora non ci vogliamo credere. Cammino, mi sento allo scoperto, come fossi in una piazza vuota e deserta, ma osservato da qualcuno che mi mira al cuore. Sono solo, spogliato e isolato dai miei miti pacifisti, pieno di rammarico per aver ascoltato e non aver insistito a farmi ascoltare. Alle volte, molti dicono, meglio non sapere, essere barbari e felici. Forse è vero, ma potresti essere complice e, allora, meglio essere complici, ma consapevoli. Terribile è poi risvegliarsi da un sogno perso. Ho un’età, l’unico egoistico conforto, e so “di aver vissuto”. Mi illudo che forse un’attenzione in più da parte di tutti, forse un po’ più di accortezza storico-intellettuale e quella foto non sarebbe mai risorta dalle ceneri della storia più avvilente e bieca. Continuo a camminare e non so per dove. Voglio la poesia. Quasi me ne vergogno, quasi provo a rivedere forme di trattatistica storica nella memoria e nel presente, per parlare a qualcuno di questo qualcosa così tragico e vicino che ci riappare sotto agli occhi, dopo le terribili vicende dell’ex-Jugoslavia. Eppure, io stesso meravigliato, mi sorprendo a cercare la poesia. Prendo la strada dettata dal terrore, dalla piazza scoperta, che porta alla poesia. Li rivedo tutti i miei poeti pacifici e pacifisti, forti e tormentati, decisi e opponenti, letti e poco ascoltati. È un pensiero scorretto, blasfemo, irriverente, in questo momento? Non so, ma continuo, e quasi correndo, ad andare come verso un bunker, ne ho bisogno, certo di trovare, almeno umanità sincera. Sto facendo una cosa, se non del tutto giusta, in quasi niente sbagliata. Sto voltando le spalle a logiche senza senso, per trovare gli unici sensi che ci hanno ammonito, ricordato, insegnato, illuminato, quelli di certi poeti, e sono tanti, che danno forma ad unica parola: umanità! Sento il bisogno di parlare con Sergio e i suoi poeti in fuga dalle guerre che gli hanno aperto il loro cuore e sorriso, anche nei momenti più crudeli e insensati di una vita. I poeti non sono lontani, basta chiamarli, farli venire, ospitarli, farli parlare, raccontare, dormire, mangiare e lasciarli andare via a vivere e cinguettare altrove, per poi farli tornare. Bisogna solo dare una casa per ospitarli e Sergio, nella sua Casa della Poesia, ne ha ospitati tanti, in 25 anni. Tanti poeti in fuga dalla guerra, ma molti hanno poetato, rimanendo lì, patendo sul suolo della propria comunità, segnando sulle labbra le cose da raccontare ad altri popoli più fortunati. Fermi sulla loro terra, ma con i versi sulle labbra e sulle mani che bruciavano, pronti a far migrare le menti, quelle rassicurate delle donne e uomini in pace, verso il dolore, ma anche verso la speranza del lumen rationis.

(Fotografia di Anna Giordano)

La parola poetica è complessa eppure diretta, di contro alle parole delle molte persone che ti ripetono ossessivamente e onniscienti che loro sono “pratici”, in effetti, apparentemente devoti al problem solving, ma che, alla fine, portano a fare i conti della loro mentalità unicamente diagnostica e competitiva che parte da tutti i campi nel giungere davanti a delle “porte chiuse”, fatte di scontri e guerre irreparabili che conducono tutto all’indietro, in una macabra danza della morte priva di senso. Quella parte della società così unilateralmente diagnostica, competente e competitiva, della quale sono protagonisti molti di quelli che si definiscono i “pratici”, puntualmente ci consegna il conto tragico da pagare. La guerra sconvolge i linguaggi e, dopo i problemi umani e primari da risolvere, è la parola poetica a ricominciare la ricostruzione umana, partendo dalla potenza del verosimile e dell'analogico. Il trionfo dei pratici comincia dopo, in una giostra che gira e rigira, allorquando si comincia a ricordarsi di nuovo di dimenticarsi di pensare.

(Fotografia di Anna Giordano)

Sergio è davanti a me e comincia a raccontare da dove hanno avuto inizio i venticinque anni di Casa della Poesia. 1996-2021, 25 anni di amore per la cultura e anche per la politica, per l’impegno civile e morale, in favore della denuncia dell’oppressione nei confronti dei deboli e della libertà. Casa della Poesia nasce nel 1996, dopo anni di impegno di Sergio Iagulli e Raffaella Marzano, giovanissimi, in presentazioni culturali, teatro, editoria e impegno politico. È un’amicizia, nata fin dall’adolescenza, tra Raffaella e Sergio. Lei è un’ottima traduttrice che conta, ad oggi, una cinquantina di testi tradotti dall’inglese, francese, spagnolo e anche altre lingue, oltre a presentazioni, rappresentazioni, riviste e festival di letteratura. L’idea nacque con l’esigenza di dare “casa”, un luogo fisico reale, mettere in un vero contenitore incontri, esperienze, parole importanti di testimonianze creative e di riflessioni. “Casa della Poesia” vuole essere un nido per le parole del poeta Bosniaco Izet Sarajlić che agli inizi degli anni novanta avrebbe potuto fuggire ovunque e, invece, volle rimanere a Sarajevo, sotto l’assedio durato 4 anni. Lui laico, ma musulmano, sua moglie cattolica, sua figlia sposata con un serbo-ortodosso, rimase incredulo nell’immaginare i nazionalisti assediare la sua multietnica città. Rimase, perché subito si chiese: chi racconterà? E così, nei due giovani, si rafforzò l’idea di raccogliere materiale e presentarlo alle istituzione che rimasero, come spesso accade, lontane. Ma ormai avevano deciso e tutto andava conservato, registrato. Presto nacquero una bella biblioteca e un immenso patrimonio di archivio sonoro. Bisognava raccogliere tutto, dai reading pubblici ai materiali privati, spontaneamente donati. Sergio ci dice che la prima sede fu nella loro immaginazione. Poi, dopo varie peregrinazioni, nel 2008, 14 anni fa, l’attuale sede a Baronissi, questa dolce casa-alloggio di poeti e poesia. Qui si sono fermati poeti, teatranti, artisti, fotografi, registi, scrittori. Tra i tanti giovani che sono cresciuti culturalmente e con intensità emotiva in questa “Casa”, loro, i poeti e artisti, raccontavano, contribuivano alle traduzioni e le pareti della “Casa” si sono impregnate della voce di poeti di tutto il mondo. Per vent’anni Sergio e Raffaella hanno provveduto alla proiezione di almeno un film alla settimana, con tantissima gente assiepata all’interno della piccola sala d’incontro. Tanti giovani studenti universitari, scarso, invece, l’interesse del mondo magistrale universitario. Giancarlo Cavallo, poeta e intellettuale brillante, completa con il suo impegno il duo Raffaella – Sergio e insieme continuano a crederci e a lavorare, anche se il covid ha rallentato e modificato il tragitto, ma, giammai interrotto.

(Fotografia di Anna Giordano)

I poeti hanno voglia di parlare e lo fanno anche online e il lavoro continua. La casa editrice Multimedia, nasce nel 1993 per testardaggine, ma anche per necessità, dice Sergio. Ignari di editoria, ma respinti dalle case editrici interpellate, si lanciano nelle stampe di traduzioni di Raffaella, in particolare, del libro di Etel Adnan “Viaggio al monte Tamalpais” e dei testi di Jack Hirschman. Poi tanti titoli e più di cento traduzioni. Ma dall’esperienza della guerra jugoslava comincia il progetto “Voci migranti” che da vent’anni viene proposto agli studenti delle scuole superiori e, recentemente, anche inferiori. Fare incontrare i luoghi di conflitto, ex Jugoslavia e mondo arabo, attraverso le voci dei microcosmi individuali, vere radici del dolore, portate dai poeti è lo scopo principale dell’iniziativa, ormai rodata nel tempo. Si cerca di far comprendere come si comporta un intellettuale nel vortice della guerra, come resiste nel cercare di osservare per poter raccontare e quale sia la sua scrittura, nei momenti drammatici del naufragio bellico. L’aforisma di Adorno, «scrivere una poesia dopo Auschwitz è un atto di barbarie», è profondo e veritiero, eppure bisogna scrivere per testimoniare, raccontare. È così che, continua Sergio, Izet Sarajlić da poeta che raccontava dell’amore, passa alla poesia del dolore della Sarajevo sotto assedio, per quattro anni, tra i più lunghi della storia europea. Racconta Sergio l’episodio che riguarda Anna Achmatova. Sono gli anni della repressione staliniana; Lev, il figlio della poetessa russa, viene rinchiuso ai Kresty. Ogni mattina, per mesi e mesi, nel freddo o nell'afa, col terrore di apprendere la notizia della condanna a morte di suo figlio, l’Achmatova va presso le carceri di Leningrado e, immersa tra gli altri parenti, in particolare donne, dei detenuti, affronta lunghe ed estenuanti file per consegnare alla guardia un pacco contenente cibo e indumenti. Se il pacco non veniva accettato, significava, ed era fatto conosciuto, che il detenuto era stato fucilato o era morto. Un giorno, mentre l’Achmatova aspetta come da mesi accadeva, viene riconosciuta da una donna che le chiede: saprai raccontare quel che vedi? Ma come capire e raccontare i drammi individuali se non attraverso la poesia? E Anna disse: MOGÚ, vale a dire IO POSSO. Con la poesia, posso raccontare ciò che non è raccontabile, ricorda Sergio con l’Achmatova, dare voce agli oggetti muti. Josip Osti, continua Sergio, con gli occhi commossi, descrive in versi l’atto ripetitivo della propria madre che lucidava l’argenteria, mentre le bombe cadevano, in attesa del loro riutilizzo. Izet Sarajlić dedica alla moglie, dopo che è morta di stenti per la guerra, dopo aver dormito mano nella mano sempre, fino al giorno che la sentì gelida, un verso struggente, dove la poesia si fa materia, “vieni, passeggiamo almeno in questa poesia”. Così è poesia ricordare i gesti più semplici, distrutti dalla guerra e che i versi possono ricomporre nella loro umana profondità irrinunciabile: “Anche i versi sono contenti, quando la gente s’incontra”, sempre Sarajlić, ricorda. Sergio mi illustra tanti progetti di Casa della Poesia e anche editoriali che riguardano in particolare Julian Beck, ma tira ancora diritto sulla poesia e la guerra. Non ho mai trovato ostilità tra i poeti, afferma, la guerra è la cancellazione della parola, del linguaggio, del pensiero. La poesia è la loro riparazione. È il ponte ricostruito che la guerra distrugge. Nessun poeta che sia veramente poeta, può essere a favore della guerra, conclude. Ha il volto addolorato, ma lo sguardo intenso, pronto a raccontare e far raccontare la potenza pacifista della poesia, il riparo dei ponti.

(Fotografia di Anna Giordano)



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